Apple potrebbe essere presto al centro di una nuova indagine da parte dei garanti del mercato USA allo scopo di verificare se la casa di Cupertino stia mettendo in atto pratiche inique per limitare il campo di azione dei concorrenti che intendono distribuire pubblicità sui dispositivi mobile basati su iOS.
L'attenzione in particolare è rivolta ad una modifica che Apple ha apportato alla sezione 3.3.9 delle clausole d'utilizzo, sezione che stabilisce alcune importanti norme che riguardano i dati dell'utente. La modifica dispone infatti che le applicazioni che possono operare su iOS "non possono raccogliere, usare o rivelare ad alcuna terza parte i dati del dispositivo o dell'utente senza l'autorizzazione dell'utente stesso" e stabilisce inoltre una serie di condizioni secondo le quali è consentita la raccolta e la condivisione dei dati.
La sezione 3.3.9 precisa ulteriormente che gli (eventuali) dati raccolti possono essere forniti solamente "ad un fornitore indipendente di servizi di advertising, il cui business primario sia la distribuzione di pubblicità mobile". Ed è proprio questa precisazione che potrebbe essere oggetto di un'indagine, in quanto esclude automaticamente dai giochi qualunque realtà che, pur operando nel campo della pubblicità, abbia quale business primario qualunque altra attività. Un esempio concreto? Google e Microsoft.
Sulla vicenda è interessante considerare due posizioni differenti: una è quella di Omar Hamoui, CEO di AdMob (l'azienda specializzata in advertising mobile e acquisita da Google qualche mese fa), l'altra è quella di David Barnard, titolare di una piccola software house che sviluppa applicazioni per iPhone.
Il primo esprime, sul blog dell'azienda, preoccupazione riguardante la variazione apportata da Apple alla clausola contrattuale: secondo Hamoui quanto portato avanti da Appre rappresenta una minaccia per decine di migliaia di sviluppatori poiché potrebbe "ridurre o addirittura eliminare" il supporto che deriva, appunto, dal fatturato pubblicitario. Afferma Hamoui: "I termini danneggiano sia i grandi, sia i piccoli sviluppatori, limitando drasticamente la loro scelta su quale sia il mezzo migliore per monetizzare i propri sforzi. E poiché la pubblicità finanzia un vasto numero di applicazioni gratuite o a basso costo, la situazione è spiacevole anche per i consumatori".
Hamoui prosegue, sposando una filosofia già espressa anche da Adobe: "Questa variazione non è negli interessi ne' degli utenti, ne' delgi sviluppatori: Nella storia della tecnologia e dell'innovazione, è chiaro che la competizione permette di fornire il miglior risultato. Le barriere artificiali alla concorrenza danneggiano utenti e sviluppatori e, sul lungo periodo, pongono una situazione di stallo al progresso tecnologico". Hamoui sottolinea come, fin dall'avvio delle attività di AdMob nel 2006, l'azienda abbia profuso sforzi per supportare gli sviluppatori -a prescindere dalla piattaforma- a monetizzare gli sforzi anche tramite la pubblicità. Nella chiusura del proprio intervento il CEO di AdMob esprime la propria intenzione di voler confrontarsi con Apple per fare presente le preoccupazioni che derivano dalle clausole esposte sopra.
Il parere di David Barnard, come accennato, è invece profondamente differente. Se da un lato riconosce che queste clausole possono rappresentare una maniera per Apple di assicurarsi un vantaggio competitivo per iAd (la piattaforma di adv mobile della Mela) nei confronti della concorrenza, dall'altro considera queste clausole come necessarie per la casa di Cupertino nel contesto del proprio ecosistema App Store-iPhone/iPad. Barndard, sul proprio blog, scrive: " Se Apple permettesse ad applicazioni di terze parti qualsivoglia accesso ai dati dell'utente, scaricherebbero le responsabilità agli sviluppaotri ed ad altre terze parti. Ma se Apple vuole proporre App Store come un "giardino cintato" di applicazioni che sono sicure da acquistare e da usare, deve necessariamente controllare questi aspetti di ciò che succede sotto la scocca (delle applicazioni)".